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Bit Tax: arriva la tassa sull’hi-tech!

Dietro una parvenza di "equità", in Italia si torna a parlare di una Digital Tax sui capitali dei grandi nomi di Internet. Arriverà nel 2017 e promette di cambiare le regole nel meracato digitale. Ecco tutta la verità.

Bit Tax: arriva la tassa sull'hi-tech!
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“Chi siete? Da dove venite? Cosa portate? Dove andate? Un Fiorino” Ve la ricordate? E’ la scena esilarante del film “Non ci resta che piangere” in cui Massimo Troisi e Roberto Benigni devono vedersela con le guardie di frontiera della Signoria Fiorentina, intente a ripetere fino all’esaurimento sempre le medesime quattro domande, pretendendo poi, immancabilmente, un Fiorino a prescindere dalla risposta. La scena si conclude con un Troisi che sbotta in un indimenticabile “Ma vaff….”!

Se non fosse che nel 1984, quando le penne geniali di Troisi e Benigni partorirono il film, Google, Facebook, Twitter e gli altri giganti di Internet ancora non esistevano e parlare di Web o Digital Tax non era di moda come lo è oggi, verrebbe da pensare che quello sketch sia stato pensato avendo a mente l’ormai incessante discussione a proposito dell’esigenza, per la verità non solo italiana, di chiamare le grandi Corporation statunitensi a versare qualcosa di più di un Fiorino nelle casse delle finanze europee. E infatti, proprio come in quell’indimenticabile scena del film, i Governi di mezza Europa (con la sola eccezione di quelli di Irlanda, Lussemburgo e pochi altri che sono già riusciti a portare a casa qualche Fiorino) ormai da anni non fanno che ripetere ad Apple, Google e soci che non possono continuare a far profitti a nove zeri nel Vecchio Continente, pagando le tasse solo dall’altra parte dell’oceano e, in una percentuale per la verità modesta, in una manciata di Paesi europei più “furbi” e “scaltri” degli altri.

I nomi, in questa moderna epopea fiscale, sembrano contare davvero poco: Google Tax, Web Tax, Link Tax e, da ultimo, Digital Tax. La sostanza, però, non cambia, specie in tempo di crisi non c’è Paese in Europa e, naturalmente fuori dall’Europa, che possa permettersi il lusso di veder transitare per i propri confini un autentico fiume di denaro senza provare ad intercettarne almeno un po’…ed il principio è sacrosanto. Chiunque produca fatturato ed utili in un Paese è giusto che contribuisca al funzionamento di quello stesso Paese, pagandoci le tasse. E’, come dicono quelli che conoscono la materia e come ha detto di recente anche il nostro Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, rilanciando l’idea di una Digital Tax tutta italiana, un fatto di “equità fiscale”, più che di cassa, anche se poi, osservando il sistema tributario di casa nostra, il dubbio che si predichi bene quando si parla di “equità” ma si razzoli male, non può non venire.

Passare dalle parole ai fatti, però, non è sempre facile, soprattutto quando i fatti riguardano un ecosistema liquido, fluido ed extraterritoriale per definizione come quello del commercio sul  Web. Eh già, perché sul Web non ci sono né dogane, né frontiere fisiche come quella lungo la quale i gendarmi della Signoria fiorentina avevano facile gioco nel fermare il carretto dei mercanti di turno, verificarne cosa trasportassero, da dove venissero, quanti fossero e, quindi, presentare il conto delle tasse da pagare. Le transizioni on-line corrono veloci ed attraversano decine di Paesi, a chi tocca riscuotere le tasse? In che misura e in che percentuale? In assenza di un forziere unico della “Signoria europea”, infatti, è ovvio che ogni Paese dell’Unione, quando si tratta di far cassa, tende a dimenticarsi di essere, appunto, un pezzo di uno Stato più grande e si lasci tentare dall’idea di portare a casa più soldi possibili per sè. E pazienza se poi i cugini di oltremanica o, magari, quelli dell’oltralpe resteranno a bocca asciutta. Ed è così che si arriva al vero tema della questione.

L’Europa non è unita, perché, in effetti, Google, Facebook, Apple e gli altri giganti del Web non hanno mai detto di non voler pagare le tasse in Europa e, anzi, le pagano ormai da anni sebbene, naturalmente, cercando ogni espediente (come, peraltro, fa da sempre e farà per sempre ogni imprenditore) per fare in modo di pagare meno e guadagnare il più possibile. Il punto è che, naturalmente, non si può chiedere a chi vende un libro digitale, della pubblicità o un servizio di posta elettronica da un Paese all’altro in Europa di pagare le tasse due volte, ovvero nel Paese dal qual fornisce il servizio e quello nel quale lo fornisce. Bisognerebbe, quindi, che i due Paesi e tutti e 28 i Paesi del Vecchio Continente si mettessero d’accordo per far si che i colossi di Internet paghino il giusto (una parola di sei lettere ma con un milione di significati possibili), in modo semplice ed una sola volta. Ed è proprio questo accordo al quale si lavora da anni ma che sembra difficile da raggiungere, perché, naturalmente, Paesi come l’Irlanda o il Lussemburgo che hanno saputo, più e prima degli altri, attrarre a casa loro i Giganti del Web, creando le condizione perché ci mettessero radici, oggi non ci stanno all’idea che gli altri Paesi europei possano sottrarre loro un pezzo di quella torta fiscale digitale che sentono di essersi guadagnata e conquistata. E allora i tentativi (per la verità tanti e, anzi, forse troppi e troppo disorganizzati), di ogni singolo Paese di chiamare Big G, la mela morsicata, il social network bianco e blu o l’uccellino cinguettante a pagare le tasse anche da loro, sin qui sono sempre naufragati in un rumoroso nulla di fatto.

Ovviamente, chi sta dall’altra parte e le tasse le dovrebbe pagare, ha facile gioco, leggi alla mano, nel sostenere che lui le tasse le paga già e che due volte non gli si può chiedere di pagarle. Ed anche questo è un principio sacrosanto proprio come il fatto che le tasse, anche se si vive di bit, vanno pagate. E, d’altra parte, quando si scrive una legge per chiamare un’impresa che lavora on-line a pagare le tasse, bisognerebbe sempre pensare che quella legge magari si applicherà anche ad Apple e soci, ma si applica, allo stesso modo, ad ogni piccola e grande impresa digitale di casa nostra e, quindi, c’è il rischio che la cura sia peggiore del male o che ciò che entra dalla porta, riesca subito dalla finestra. Insomma che sia una Web Tax, una Digital Tax o, come probabilmente domani la sentiremo chiamare, una Bit Tax, quel che conta è che non può che essere basata su una disciplina europea e, soprattutto, che non sia una tassa “punitiva” verso chi macina euro, investendo in digitale perché, soprattutto nella nostra Italietta ancora così tanto analogica, più che pensare ad introdurre dazi e balzelli per far pagare Fiorini a chi, on-line, ce l’ha fatta, dobbiamo preoccuparci di creare le condizioni perché in tanti, sempre di più, ce la facciano o, almeno, scelgano di provare a farcela in digitale. In caso contrario i soldi che dovessimo riuscire a portare a casa da Google e compagni, finirebbero in fretta e noi ci ritroveremmo esattamente lì dove ci hanno lasciati Benigni e Troisi, ai confini di un Paese nel quale chiedono di entrare solo a carretti che trasportano mercanti di formaggio e poco più.

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